Intelligenza emozionale: la nuova dimensione della leadership

Autore: Luigi Zoia.

Recentemente, il presidente cinese Xi Jinping, nel corso di una visita presso un centro di formazione, ha ricordato l’importanza e il ruolo che l’intelligenza emozionale svolge sul livello di occupazione del paese e sul successo della vita lavorativa.
Da essa dipendono l’occupazione e la crescita economica che, ha ricordato Xi, sono alla base della vita delle persone. Naturalmente, ha aggiunto, l’intelligenza emozionale deve accompagnarsi alla conoscenza professionale e tecnica.

Il concetto di intelligenza emozionale è stato introdotto per la prima volta nel mondo del lavoro nel 1996 dal professore dell’università di Harvard, Daniel Goleman.
Goleman ritiene che il QI minimo necessario per raggiungere certi livelli lavorativi – per esempio medico, avvocato, fiscalista – sia di circa 115, ovvero una deviazione standard dalla norma. Tuttavia, sottolinea che se questa è una condizione necessaria oggi non è più sufficiente perché una volta raggiunte queste posizioni l’QI non garantisce più niente.

Un po’ perché oggi sono in tantissimi ad acquisire queste competenze (ogni anno in Cina si laureano più di 7milioni di studenti) e poi perché il QI non da garanzia che la performance sarà stellare o che permetta di emergere su gli altri.
Oggi occorre portare più valore nel lavoro e per questo occorre aggiungere un carburante diverso: l’intelligenza emozionale.

Goleman ha aperto uno spazio inesplorato aggiungendo al mondo del lavoro una nuova dimensione, quella delle emozioni. Nello spazio lavorativo tradizionale le emozioni non hanno mai trovato posto. Ricordo una vignetta dove un manager dice all’impiegato:“se continui a inserire il fattore umano non andiamo da nessuna parte”.
Nel management tradizionale le emozioni sono qualcosa da evitare il più possibile, da gestire con guanti sterilizzati, in maniera asettica. Il focus aziendale deve stare sui numeri, le procedure e i risultati misurabili; tutto cio che non è misurabile, non è gestibile secondo la scuola classica, quindi lo si lascia fuori dall’equazione. Nel management classico regna sovrana la razionalità.

Ma se andiamo ad analizzare gli outperformer, notiamo che la razionalità gioca un ruolo marginale, se non addirittura nullo. Non è il fatto di avere più cognizioni tecniche: la passione, la creatività, la capacità di affrontare  il cambiamento, il saper gestire il nuovo non sono assolutamente correlati al quoziente di intelligenza tradizionale.

Il carisma e la forza di un leader non dipendono dal suo QI. Così come non dipende dalla razionalità la sua capacità di sviluppare una visione e di coinvolgere e motivare un’azienda, o una nazione, con un senso di missione che spinga le persone a collaborare insieme per ottenere risultati reali. Tutti aspetti, questi, che oggi sono essenziali per affrontare la magnitudine dei cambiamenti che abbiamo di fronte.